DALLA PARTE DI SUAD
Un’amica subisce un’aggressione brutale su un bus, e scopri d’un tratto che la città in cui vivi e credi non è più quella che hai immaginato (multietnica, multiculturale, accogliente, solidale), che i tuoi interventi su diritti e convivenza sono state prediche inutili, che contro il razzismo e l’intolleranza non hai gridato abbastanza, che il vento sulle nostre teste sta irrimediabilmente cambiando e comincia a puzzare, appena un po’ (ma è già un allarme), di sangue. Scopri, ancora, che discriminazioni e violenze contro donne e stranieri non sono astrazioni per autocompiaciute tavole rotonde, o lacrimose lamentazioni di buonisti indefessi, ma fatti concreti, di quotidiana prossimità, di ordinario accadimento – e, insieme, di rassegnata accettazione, di sottile e ipocrita complicità, di vigliacche convenienze. Scopri tutto questo e, insieme, un senso di impotenza e d’isolamento.
Che un’attivista dei diritti umani – ma prima ancora una donna, una moglie, una mamma – come Suad Omar sia stata vittima di un’aggressione feroce e gratuita sopra un bus di linea, è un fatto che sdegna, rattrista, ferisce ma, purtroppo, non sorprende. Si aggiunge a una lista già troppo numerosa di casi di intolleranze urbane a danno di cittadini stranieri o, come sempre più spesso capita, di cittadini italiani “di pelle nera”, molto simili nelle modalità e nelle conseguenze. La cronaca, talvolta, ce le restituisce liofilizzate in trafiletti amorfi, compressi tra le altre notizie; più spesso preferisce tacere. Si legga, in proposito, Pap Khouma e il suo recente “Noi, italiani dalla pelle nera”. Si scorrano i casi che egli elenca con dovizia giornalistica e si raffrontino tra loro. La matrice razzista si svela nei gesti, nella volgarità delle azioni, nella carica di disprezzo e odio che si sfoga con violenza, nell’irrazionalità che imbarca slogan discriminanti di facile presa. Ma anche nel silenzio che circonda questi atti, nell’assenza di una cultura di contrasto al razzismo, in un generale e preoccupante abbassamento della guardia su questi fenomeni.
Non credo che a Suad Omar servano attestazioni posticce di solidarietà. A lei, cittadina italiana da oltre dieci anni, che a questa città ha dato un serio contributo d’impegno civile e politico, servirebbe un’amministrazione capace di rompere una volta per tutte l’infondata equazione “immigrazione = insicurezza” - che tanto pervade il sentire comune e tanto condiziona le politiche sulla sicurezza - e di costruire proprio su questa rottura un diverso controllo sociale, basato su effettive ricognizioni dei fenomeni e non su visioni preconcette. A lei servirebbe una cittadinanza responsabile in grado di distinguere nitidamente le vittime dagli oppressori, di schierarsi senza tentennamenti dalla parte dei primi, di affermare con azioni concrete, strutturali, ordinarie la lotta al razzismo, di formare coscienze solidali e non discriminanti. A lei servirebbe una città che non vivesse l’immigrazione unicamente come un “problema” da risolvere e l’accoglienza come solo un “costo” da pagare. Questa – forse più ancora della condanna da infliggere al balordo che l’ha ferita - sarebbe la maggior giustizia che Torino potrebbe renderle.
Davide Rigallo