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STRANIERI, RIVOLTOSI, FUGGIASCHI.

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Tema: 
ARTICOLO 10
Tipologia: 
Rassegna stampa

 

Stranieri, rivoltosi, fuggiaschi.
Queste sono le parole che, a partire dai giorni scorsi, si rincorrono nei telegiornali e nelle agenzie di stampa quando si parla di CIE e Lampedusa.
Sull’isola siciliana, nella notte tra il 21 e il 22 settembre, gli immigrati stipati come sardine nel centro di prima accoglienza sono più di 1300, con 320 persone in arrivo dalle coste tunisine.
La situazione, ormai giunta all’estrema esasperazione, degenera in guerriglia: dopo i roghi e la devastazione del CIE, isolani e tunisini si affrontano a pietrate.
L’apice della tensione giunge quando alcuni tunisini si impossessano di tre bombole a gas e minacciano di farle esplodere a due passi da una pompa di benzina;  a quel punto una cinquantina di lampedusani gli si avventano contro, scatenando una tempesta di sassi e oggetti metallici. 
La battaglia si placa solo dopo varie cariche della polizia.
Il giorno successivo, il sindaco Bernardino dei Rubeis interviene così: “ Il centro è interamente devastato. È tutto bruciato, non esiste più e non può più ospitare un solo immigrato. Lampedusa non ha più un posto. È ora che il governo intervenga dopo tanto immobilismo. Avevamo avvertito tutti su quello che poteva succedere ed è accaduto”. 
E aggiunge poi: “Il fumo è arrivato al centro abitato; la gente sta male. Adesso tocca al governo: faccia venire subito le forze dell'ordine, porti qui le navi militari affinché sgomberino in 24 ore l'isola, perchè questo è uno scenario di guerra. C'è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli, perché vuole difendersi da sola, in quanto chi doveva tutelarla non l'ha fatto”.
L’azione del governo, che in questi mesi è stata caratterizzata da chiusura e silenzio, si concretizza il giorno successivo agli scontri con il trasferimento di tutti gli immigrati presenti a Lampedusa nei vari CIE distribuiti sul territorio italiano, in particolare a Torino, dove sono state dislocate 200 persone. 
Decisione che, invece di facilitare la situazione, ha l’effetto di diffondere la battaglia anche a Torino: in corso Brunelleschi, l’annuncio dell’arrivo di nuovi immigrati porta a insurrezioni contro le forze di vigilanza, sfociate nella rivolta totale e nella fuga di 22 immigrati presenti nella struttura.
Tuttavia, c’è da chiedersi da cosa sia stata provocata tale situazione.
Se i CIE fossero strutture adatte al ruolo di assistenza e rimpatrio, se adempiessero efficacemente al ruolo per cui sono stati creati, probabilmente non si arriverebbe a tali conseguenze.
La realtà dei fatti, invece, è ben diversa: i CIE sono una risposta – rattoppo a una delle molte situazioni che il governo non sa gestire.
Da CPTA, Centri di Permanenza Temporanea e Accoglienza, creati nel 1998 con il decreto Turco – Napolitano, si evolvono in CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, in una continua spirale di decreti peggiorativi che non fanno altro che aumentare la tensione ed alimentare una situazione di continua pedanteria e rifiuto.
Le persone che giungono in questi luoghi sono letteralmente chiuse in gabbia, vigilate costantemente da militari armati, e ne escono dopo vari mesi di maltrattamenti con un Foglio di Via da rispettare entro 5 giorni.
La maggior parte di quelli che giungono in questi centri vive in clandestinità, ed è quindi improbabile che tale foglio serva a qualcosa, se non a prolungare il “limbo”, che nei CIE molto spesso si trasforma in un vero inferno.
Ci si dimentica, inoltre, che l’allungare i tempi di permanenza e ignorare volontariamente la situazione non provochi conseguenze solo legali, gestibili con un decreto e con fondi di riparazione successivi agli eventi: attuando questi comportamenti si gioca con la vita di persone che hanno già perso ogni cosa.
E poi ci si stupisce delle reazioni.
 
Silvia Faletto B.