La storia di Mario, Disabile Superabile, raccontata da Germano Turin in questo suo scritto è solo una minima parte del libro autobiografico ancora in attesa di pubblicazione. Nella speranza che veniate rapiti dallo stesso entusiasmo che ha suscitato in noi leggere un piccolo pezzo di vita vissuta pubblichiamo una breve sinossi che stimola la curiosità, fa riflettere e ci da un'idea di come il fenomeno migratorio possa essere vissuto non solo come ipotesi di cambiamento ma anche come unica via di speranza.
Auguriamo a Germano di riuscire a pubblicare il suo scritto e lo ringraziamo per avere voluto condividere questa sua storia con noi e con voi!
Buona lettura.
MARIO DISABILE SUPERABILE di Germano Turin
E' un racconto autobiografico narrato in terza persona dell'evoluzione della vita di un ragazzino nato verso la fine della seconda guerra mondiale nella bassa pianura padana del secolo scorso, un posto dove la vita scorreva coi ritmi medievali della campagna.
Nel '40 un ragazzo ed una ragazza, entrambi salariati agricoli, si conoscono e si piacciono. Il ragazzo parte per il servizio militare ma, a febbraio del '42, chiede il "congedo matrimoniale" per tornare a casa a sposare la ragazza, dopo di che riparte per il fronte. A dicembre di quello stesso anno, cioè del '42, nasce un bimbo che viene chiamato Mario.
Quando comincia a camminare a circa un anno, uno zio materno si accorge che il bimbo ha un problema all'occhio sinistro. Una visita medica oculistica constata la presenza di una cateratta congenita al bulbo oculare: è nato monocolo.
Anche vedendo con un solo occhio si può vivere e Mario cresce: ha visto dalla nascita con un solo occhio, quello destro, e per lui quella del monocolo è una vita "normale".
Verso i tre anni e mezzo ha una forte febbre che dura quasi un mese: il medico del paese dice che è un'indigestione e prescrive purga e riposo.
Passata la febbre Mario si alza dal letto ma la gamba destra non funziona più come prima e comincia a zoppicare: dapprima leggermente e poi in maniera sempre più evidente.
Si stanca facilmente a camminare: strano perché prima della febbre correva sempre, però nessuno capisce la causa della zoppìa di Mario.
Dopo sei mesi dalla guarigione dalla febbre Mario viene accompagnato in ospedale dove viene visitato da un luminare ortopedico il quale diagnostica immediatamente la malattia che, a quei tempi ed in quei posti, pochi conoscevano: poliomielite. Anche se la polio fosse stata diagnosticata immediatamente per i danni sul bambino sarebbero stati della stessa gravità dato che il vaccino antipolio, a quei tempi, non era ancora stato scoperto.
Per Mario inizia la vita del disabile in un contesto povero, ignorante ed aggravato dal pensiero fascista dominante che, in quei tempi, arrivava a prescrivere la soppressione dei bambini soggetti a gravi forme di disabilità.
In quel contesto nessuno ha tempo per i bambini e Mario capisce in fretta che nascere in un posto povero è già una bella rogna, avere a che fare con persone rozze è ancora peggio ed essere disabile, in aggiunta alle prime due calamità, è il peggio che possa capitare.
Il paese natio era vicino all'ospedale di San Servolo, a Venezia, dove venivano inviati i ragazzi disabili per "essere curati", ma nessuno tornava indietro dalle cure praticate a San Servolo.
Mario quindi viene tenuto parzialmente nascosto in casa fino alla fine della guerra, cioè fino ai 6 anni di età quando, alla scuola elementare, comincia ad imparare sulla propria pelle cosa significhi essere disabile in mezzo a gente povera, emarginata e che vive ancora in una condizione medievale di "servi della gleba".
Durante il periodo della scuola elementare viene operato a Bologna alla gamba colpita dalla polio: per quei tempi ottiene il massimo. Oggi si fa di meglio.
Finisce la scuola elementare ma continuano i problemi: non può lavorare nei campi come gli altri, anche se i lavori nei campi glieli fanno fare nonostante le sue condizioni, ma non potrà mai fare il salariato agricolo. Dovrebbe andare a scuola per prendere un pezzo di carta che gli consenta di fare l'impiegato dopo gli studi ma non ci sono soldi, per cui viene iscritto alla scuola di avviamento professionale che non consente sbocchi per le successive scuole superiori.
Finita la scuola di avviamento siamo alle solite e s'iscrive ad una scuola professionale per tornitori: altro errore dal momento che, per andare a scuola, deve percorrere tutti i giorni venti chilometri in bicicletta e quattro a piedi, impegno fisico che va oltre le capacità fisiche di un disabile motorio.
Frequenta in qualche modo tre anni di scuola professionale: i suoi coetanei da tempo lavorano e lui si rende conto che, a Padova, in quei tempi, un disabile che cerca lavoro come tornitore ha dei grossi problemi. Un lavoro lo trova come tornitore in un'officina, però lo pagano pochissimo anche se a lui basta per uscire dalla cultura della campagna che lo sta fagocitando.
In qualche modo nel '60 si trasferisce a Torino in casa di amici d'infanzia dei genitori e trova lavoro.
Dopo poco tempo riesce a far trasferire tutta la famiglia nei dintorni di Torino, ed insieme entrano a far parte di quel flusso migratorio di persone che, dagli anni '50 agli anni '70, lasciarono in massa le campagne e le zone depresse per emigrare verso le città.
La famiglia va ad abitare in una cascina in affitto a Rivoli: sono nove persone delle quali solo due portano a casa qualche soldarello dentro la busta paga che prendono lavorando come operai presso varie officine, cioè Mario ed il fratello secondogenito
Genitori, nonni e fratelli in età scolare continuano a lavorare sui campi della cascina però il tenore di vita della famiglia è migliorato rispetto a quello del paese d’origine.
Nel frattempo Mario cresce e, superati i vent'anni, anche se non ha raggiunto una posizione economica soddisfacente, per lo meno non ha più timore di dover passare la propria vita dentro un ospizio per disabili non autosufficienti, come si stava rassegnando a diventare a diciott'anni, quando aveva preso il treno per Torino come ultima speranza.
Nel frattempo si è barcamenato coi problemi della polio che sono ancora ben lungi dall’essere stati superati e che lo condizioneranno per il resto della vita. Un arto colpito dalla polio si atrofizza e non acquisterà mai il tono muscolare che aveva prima.
Mario, come effetto della polio, ha il tallone della gamba destra sollevato di circa 8 cm ed una conseguente difficoltà di movimento: come una donna che vuole camminare col tacco 8 su una sola gamba.